24 luglio 2007

Giovani e politica

di Emanuele Di Mascolo

Quando questo articolo verrà letto, Gaeta avrà con ogni probabilità eletto il suo Sindaco ed annessa giunta. Il Sindaco che verrà si troverà a dover gestire una situazione non certo facile, un’eredità pesante. Gaeta attraversa uno dei suoi periodi peggiori, è ferma, o meglio si muove solo per qualcuno, che poi sono sempre quelli che hanno “le mani sulla città” da sempre , le stesse facce, lì pronti a difendere i propri interessi e quelli degli “altri”, gli amici degli amici. Ma scopo di chi scrive, è però un altro; non solo quello di denuncia della politica e dei “politici” a Gaeta, ma bensì anche, la volontà di porre all’attenzione della comunità, un aspetto importantissimo dello scenario politico nostrano, una questione mai risolta e posta correttamente: la questione giovanile. È inutile sottolineare come, aldilà delle dichiarazioni di facciata, su presunte necessità di giovani in politica, esista un meccanismo che di fatto, opera un allontanamento di questi dalla politica. Questo meccanismo tende essenzialmente alla rappresentazione della politica come qualcosa di tecnico, specialistico, roba da addetti ai lavori. E gli addetti ai lavori si guardano bene che le cose rimangano immutate. Sono come una casta che si erige sulle spalle della gente e parassita, creando relazioni di potere e dipendenza. “Se mi voti metto a lavorare tuo figlio”, “hai bisogno della spiaggia o devi costruire qualcosa, portami voti e vediamo quello che si può fare”. Questi sono ricatti, ancor più squallidi quando giocano sulle necessità dei poveracci, che si vendono per un piatto di maccheroni, o come si dice da noi “pe le ranelle”. I custodi dell’accesso alle risorse come il lavoro, la salute, la casa, la cultura, trasformano dei diritti di ciascuno in merce di scambio e baratto per la loro candidatura. Chi fa politica in questa maniera è un delinquente.

Nello scenario politico nostrano i giovani sono considerati alla stregua di minoranze, come le donne del resto. Malgrado gli sforzi stimabili di qualche lista nel promuovere l’accesso delle giovani generazioni nelle istituzioni cittadine, lo scenario rimane pressoché deprimente. Esiste un fronte conservatore nei partiti e nei movimenti, siano di destra o di sinistra, che di fatto preclude e si chiude ad un ricambio generazionale, e ciò gli è possibile grazie a quel meccanismo che rappresenta la politica come qualcosa di meramente tecnico, specialistico. Man mano siamo stati relegati ai margini, siamo confluiti nel privato, diventando passivi, indifferenti ed ahimé innocui. All’idea di uno spazio pubblico che ci riguarda, e dunque anche da noi dovrebbe essere gestito, abbiamo sostituito il nulla. Basta guardarci per capire a cosa ci siamo ridotti. Alcuni di noi si sono immolati a difensori della “razza pura gaetana”, disdegnando napoletani e formiani e tutto ciò che non ha odore di tiella d’ purp’, scadendo nel più oscuro provincialismo che farebbe persino paura ai nostri nonni. Altri considerandoci “razza caina” non vedono l’ora di andare via da questo pantano, una nuova generazione di migranti viene allevata a Gaeta in attesa che arrivino i tonni. Siamo divisi in comitive, ognuna ha il suo muretto da scaldare, siamo come tribù che non si parlano che non comunicano. Eppure basterebbe soffermarsi un attimo in più, per scorgere tutta la nostra forza, che è li sotto i nostri occhi: siamo tanti. Tanti figli di una madre che qualcuno prontamente umilia, signorotti accattoni, sovrani della sabbia. Oggi è tempo di cominciare a voltare pagina, il vento deve cominciare a spirare dalla nostra parte. Costituiamo associazioni culturali, politiche, cooperative di lavoro, gruppi di discussione; organizziamo campagne di sensibilizzazione, eventi, feste e tutto ciò che possa permetterci di esprimere ciò che abbiamo da dire. Ognuno lo farà a suo modo, con i propri mezzi e le proprie idee; il motto deve essere “colpire uniti marciare separati”. È una lotta per la nostra autonomia, in quanto categoria sociale e politica, per la nostra indipendenza culturale.

La questione della rappresentatività è di vitale importanza, abbiamo bisogno di facce e nomi che ci tutelino, che portino le nostre istanze quanto più in alto possibile, e cosa più importante si battano per realizzarle. Ai signori che ci chiedono di “onorarli”di far parte delle loro liste, dobbiamo rispondere che non portiamo solo probabili voti, ma lotta, voglia di cambiare, di chiuderla con una certa maniera di far politica. Solo in questa maniera svolgeremo un servizio leale alla nostra causa di indipendenza, altrimenti non saremo altro che burattini elettorali, sedotti ed abbandonati. Il fine a cui tendere è un forum giovanile con poteri consultivi, una casa di tutti i giovani di Gaeta. Ma è ovvio che questo è un traguardo oggi lontano;la strada è disseminata di tappe intermedie, e la prima è quella di creare organizzazioni giovanili dal basso che dove possibile collaborino e si prestino mutuo soccorso reciproco. So già che questo articolo a qualcuno non piacerà perché percepito come troppo “militante”, ma dato che da un militante è scritto, non poteva che essere altrimenti. Auguro a tutti quelli che percorreranno la strada della lotta per la nostra indipendenza ed autonomia buona fortuna; ricordandogli che questo, è solo l’inizio.

02 luglio 2007

Universi comunicativi

di Paolo Coiro

Domenica sera. Il posticipo è Ascoli-Messina; così decido di andare al cinema con la mia ragazza. Sono fortunato, perché a Gaeta danno “Nuovo mondo” di Crialese, un film che desideravo vedere. Decidiamo di andare allo spettacolo delle 20:00. Entriamo. Silenzio totale. “Due biglietti per piacere”, chiedo quasi sottovoce per non svegliare qualcuno che sta dormendo nascosto da qualche parte. Saliamo le scale per raggiungere la galleria, apriamo la porta ed entriamo in un cinema vuoto. “Va be’, ci sarà qualcuno in platea…” penso tra me e me. Mi sporgo dalla ringhiera; niente. Nessuno. Inizio a fare i pensieri più strampalati: “Vuoi vedere che ho sbagliato a consultare sul televideo e il posticipo era Milan-Inter?”, “Domani mattina finisce il mondo e nessuno ha pensato di passare l’ultima sera della sua vita al cinema”, “Oggi è lo sciopero dei cinofili, manifestano per seggiolini più comodi…”. Il vortice di pensieri assurdi, si placa e cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno: “Ho una salatutta per me, senza nessuno scocciatore che inizia a parlare durante la proiezione o mangiare i Cipster”. Allora, mi accomodo nella mia poltroncina, lancio un sorrisetto alla mia girl e sono pronto per vedere il film. Mentre va in onda la pubblicità contro la pirateria, lei mi guarda nelle palle degli occhi e mi sussurra dolcemente: “Sei davvero un pazzo. Guarda che l’ho capito che hai affittato la sala tutta per noi…”. “Oh mamma mia! E adesso chi glielo spiega che non è affatto così e che l’idea non ha mai e poi mai neanche sfiorato il mio cervelletto? Ora si aspetterà qualcosa tipo De Beers, il diamante per sempre. Con io che gli faccio vedere un filmino di varie scampagnate fatte insieme, dopodichè caccio dalla tasca una scatoletta con dentro un Trilogy e le chiedo di sposarmi”. Inizio a sudare freddo. “Ma perché non son rimasto a casa a vedere Ascoli-Messina? Oltretutto ho schierato anche Paolucci (giovane promessa dell’Ascoli) nella mia squadra del fantacalcio.

Scusate se interrompo questa appassionante storia, il proseguo ve lo narrerò in un’altra puntata. Vi dico solo che oggi sono single. A parte l’ironia, tutto ciò è stato un pretesto per rispondere a una semplice domanda: “Che fine ha fatto la gente che una volta andava al cinema?” Di risposte me ne sono date e me ne hanno date tante: film scaricati da E-mule, dvd “appezzuttati” (come si dice a Napoli), Fiction, Grande fratello, Un-due-tre stalla!, multisala e così via. Ora, non voglio fare lo snob da quattro soldi che disprezza tutto ciò che è televisione, tutto ciò che rientra nella categoria “programmi d’intrattenimento”. Giusto per chiarirvi le idee; ve lo confesso: torno ogni giorno a casa prima delle 20:25, perché alle 20:27 inizia “Un posto al sole”. Su questo ci siamo, ma quello che non capisco è il motivo per il quale è andato a farsi friggere tanto di quel romanticismo, che ne è rimasta solo qualche briciola. Per me, vedere un film “appezzuttato” seduto davanti al computer, vedere un film in una saletta stretta e lunga – intendo la multisala –, non è la stessa cosa che gustarmi una proiezione in una sala grande, dove non è cambiato molto nel tempo; manca solo il fumo di sigaretta che si annuvola sotto il soffitto. Il film ha tutto un altro gusto, la completezza del godimento c’è.

Tutta un’altra storia va fatta per il teatro, dove l’età media degli spettatori si aggira intorno ai quarantacinque anni. Una sera, mentre aspettavo l’inizio di uno spettacolo di teatrale a Gaeta con Nando Paone, mi guardavo intorno e non riuscivo a trovare un ragazzo; ma pure un trentenne… Neanche l’ombra. A dir la verità, mi sentivo un po’ in soggezione. Mentre era affondato nella mia poltroncina mi ha riconosciuto e si è avvicinato un mio vecchio professore: “Ciao Coiro, che ci fai da queste parti?” Io, preso dall’imbarazzo, mi son preso sotto braccio una vecchietta seduta al mio fianco e gli ho risposto: “Niente, sono venuto ad accompagnare mia nonna”.Sarò pure un vecchio romantico che fa discorsi anacronistici, ma c’è la consapevolezza che non sono poche le persone che la pensano come me e provano le mie stesse sensazioni.A tutti loro lancio un semplice appello: “Resistere! Resistere! Resistere!”